Il cervello non è un organo isolato. Comunica continuamente con il resto dell’organismo attraverso segnali nervosi, immunitari, metabolici e ormonali. Tra gli interlocutori più studiati negli ultimi anni c’è l’intestino e, in particolare, l’insieme dei microrganismi che lo abitano: il microbiota intestinale.
Da questa relazione nasce uno dei campi più interessanti della ricerca sulle malattie neurodegenerative: l’asse microbiota-intestino-cervello.
Nella malattia di Alzheimer, le evidenze disponibili non permettono di affermare che un’alterazione del microbiota sia la causa della malattia. Mostrano però qualcosa di importante: nei pazienti con Alzheimer sono state osservate modificazioni della comunità microbica intestinale e, nei modelli sperimentali, intervenire sul microbiota può modificare alcuni processi associati alla neuroinfiammazione, all’accumulo di beta-amiloide e alla funzione cognitiva.
Un asse di comunicazione tra intestino e cervello
Quando parliamo di asse intestino-cervello non parliamo di una singola via.
Il microbiota produce e modifica numerose molecole biologicamente attive, tra cui acidi grassi a catena corta, derivati degli acidi biliari e metaboliti del triptofano. Parallelamente, l’intestino comunica con il sistema nervoso attraverso il sistema immunitario, il sistema endocrino e le vie nervose, compreso il nervo vago.
Questa rete permette a ciò che avviene nell’ambiente intestinale di contribuire alla regolazione di processi che interessano anche il sistema nervoso centrale.
È qui che il microbiota diventa particolarmente interessante nello studio dell’Alzheimer: non perché “produca” direttamente la memoria, ma perché può partecipare alla regolazione dell’ambiente biologico nel quale il cervello funziona e invecchia.
La barriera Alzheimer e microbiota: che cosa osserviamo nell’uomo?
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2024 ha analizzato gli studi basati sul sequenziamento del gene 16S rRNA nei pazienti appartenenti allo spettro della malattia di Alzheimer. Nel complesso emergono differenze nella composizione del microbiota rispetto ai controlli cognitivamente sani, anche se i risultati relativi ai singoli gruppi batterici non sono sempre uniformi tra gli studi.
Una meta-analisi ancora più recente, pubblicata nel luglio 2026 e comprendente 23 studi, 698 persone con Alzheimer, 485 con mild cognitive impairment e 1.060 controlli cognitivamente normali, aggiunge un elemento importante.
La semplice diversità microbica all’interno del singolo individuo, la cosiddetta alpha diversity, non distingue in maniera robusta Alzheimer, deterioramento cognitivo lieve e invecchiamento normale. Emergono invece più frequentemente differenze nella struttura complessiva delle comunità microbiche e nella loro composizione tassonomica.
È una distinzione importante: parlare genericamente di microbiota “più o meno ricco” rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno molto più complesso.
Dall’intestino alla neuroinfiammazione
Uno dei possibili punti di collegamento tra microbiota e neurodegenerazione è rappresentato dall’infiammazione.
Una disbiosi può modificare la produzione di metaboliti microbici e la relazione tra microbiota, barriera intestinale e sistema immunitario. Molecole di origine microbica e mediatori dell’infiammazione possono quindi contribuire alla modulazione della risposta immunitaria sistemica.
Nel cervello entra in gioco anche la microglia, la popolazione di cellule immunitarie residenti del sistema nervoso centrale.
La microglia è fondamentale per mantenere l’omeostasi cerebrale. Quando però la sua attivazione diventa persistente o alterata, può contribuire a uno stato neuroinfiammatorio. Proprio l’interazione tra segnali periferici, metabolismo microbico e neuroinfiammazione rappresenta oggi una delle aree di maggiore interesse nello studio dell’asse intestino-cervello e dell’Alzheimer.
Beta-amiloide, proteina tau e microbiota
La malattia di Alzheimer è caratterizzata da processi biologici complessi, tra cui l’accumulo di beta-amiloide e alterazioni della proteina tau.
Alcuni esperimenti sugli animali suggeriscono che il microbiota possa interferire anche con questi fenomeni.
In uno studio sperimentale, il trasferimento di microbiota associato a modelli di Alzheimer verso topi sani ha determinato alterazioni del microbiota, modificazioni della fosforilazione della proteina tau e deficit cognitivi. Gli autori hanno individuato nel metabolismo del butirrato e nella regolazione dell’enzima GSK3β uno dei possibili meccanismi coinvolti.
È un risultato affascinante perché suggerisce un possibile collegamento molecolare tra metabolismo microbico e processi cerebrali.
Ma occorre sottolineare un punto fondamentale: queste evidenze derivano in larga parte da modelli animali e non dimostrano che lo stesso meccanismo provochi la malattia di Alzheimer nell’uomo.
Possiamo modificare il microbiota e influenzare il cervello?
È probabilmente la domanda più interessante.
Nei modelli animali, il trapianto di microbiota fecale da donatori sani ha prodotto in alcuni studi modificazioni della patologia Alzheimer-like.
Uno studio del 2025 su topi 5xFAD ha mostrato che la frequenza dell’intervento era determinante: il trapianto settimanale non aveva migliorato significativamente memoria e patologia beta-amiloide, mentre una somministrazione più frequente aveva modificato la disbiosi e ridotto alcuni indicatori patologici. I benefici cognitivi, tuttavia, diminuivano nel tempo.
Un altro esperimento del 2025 ha ottenuto risultati particolarmente interessanti e, allo stesso tempo, invita alla prudenza. Il microbiota proveniente da un donatore anziano cognitivamente sano portatore della variante protettiva APOE ε2 ha migliorato nei topi una misura della memoria di riconoscimento a breve termine rispetto al microbiota proveniente da un paziente con Alzheimer. Non sono però state osservate modificazioni significative dell’amiloide o della tau e, sorprendentemente, è aumentato un indicatore di neuroinfiammazione nell’ippocampo.
Questo risultato racconta bene quanto il sistema sia complesso: modificare il microbiota non significa automaticamente produrre un effetto univocamente “benefico” sul cervello.
Dalle evidenze sperimentali all’uomo: il passaggio che manca
È qui che dobbiamo separare chiaramente ciò che sappiamo da ciò che stiamo ancora cercando di capire.
Nell’uomo, gli studi mostrano associazioni tra Alzheimer e modificazioni del microbiota intestinale, ma esiste una notevole eterogeneità tra popolazioni, dieta, farmaci, età, area geografica e metodologie utilizzate per analizzare il microbioma.
Negli animali, invece, possiamo intervenire direttamente sul microbiota e osservare modificazioni della neuroinfiammazione, della beta-amiloide, della tau e, in alcuni esperimenti, delle prestazioni cognitive.
Questa differenza è essenziale.
Oggi non abbiamo prove cliniche sufficienti per considerare probiotici, trapianto fecale o altri interventi sul microbiota una terapia per la malattia di Alzheimer. I risultati sperimentali indicano piuttosto una direzione di ricerca che merita di essere approfondita attraverso studi clinici controllati.
Il cervello non è solo nella testa
Dire che “la memoria nasce nell’intestino” è volutamente provocatorio. Scientificamente sarebbe più corretto dire che la salute cerebrale dipende anche da segnali che hanno origine fuori dal cervello.
Il microbiota intestinale è uno dei sistemi capaci di produrre questi segnali.
La ricerca sull’Alzheimer sta progressivamente passando da una visione centrata esclusivamente sul neurone a una prospettiva più ampia, nella quale sistema immunitario, metabolismo, infiammazione, barriera intestinale e microbiota possono partecipare a una rete biologica interconnessa.
Comprendere questa rete non significa avere già trovato una cura.
Significa però riconoscere che, quando studiamo il cervello, l’intestino non può più essere considerato un semplice spettatore.
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