La dieta ottimale per la salute capendo l’evoluzione

L’uomo inizia la sua avventura sulla Terra con un colon che era il 60%, come quello dei frugivori. E’ onnivoro, ma preferenzialmente mangia fibre indigeribili.

L’introduzione di alimenti di origine animale nella dieta umana ha rappresentato un tratto distintivo dell’evoluzione degli ominini, influenzando non solo i processi metabolici, ma anche gli adattamenti anatomici e fisiologici.

Uno degli aspetti fondamentali che distinguono gli esseri umani dagli altri primati è il cambiamento che c’è stato durante l’evoluzione, come la relativa riduzione del volume intestinale e la maggiore dipendenza da alimenti a più alta densità energetica, come carne e grassi, che richiedono processi di fermentazione meno estesi rispetto alle diete a base vegetale.

Nel mentre, le dimensioni del cervello umano sono triplicate nel corso degli ultimi 3-7 milioni di anni, grazie anche all’utilizzo dei grassi alimentari, che hanno rappresentato una componente fondamentale dell’evoluzione della dieta umana. La capacità di metabolizzare efficacemente i grassi è considerata un adattamento che ha favorito la rapida espansione cerebrale osservata negli ominini.1

A differenza di altri primati, il cui apparato digerente adattato alla lenta fermentazione di materiali vegetali fibrosi, gli esseri umani possiedono un colon relativamente più piccolo e un intestino tenue più ampio; ci. riflette un adattamento alimentare che privilegia il rapido assorbimento dei nutrienti da alimenti di alta qualità, comprese le proteine e i grassi di origine animale.2

Il colon si è ridotto per aumentare il cervello, o viceversa?

Tale cambiamento è stato cruciale per sostenere o permettere l’elevato fabbisogno energetico di un cervello di maggiori dimensioni, una caratteristica distintiva dell’evoluzione umana.

L’aumento delle dimensioni del cervello, detta encefalizzazione, ha portato i cervelli dai circa 400 centimetri cubi dell’ “Australopithecus” agli oltre 1.300 centimetri cubi dell’essere umano moderno. Da cosa sarà. stata spinta? da cambiamenti nella dieta, sfide ambientali, complessità sociale…?

Le dimensioni del cervello umano non sono aumentate in modo lineare, rapidamente all’inizio, per poi stabilizzarsi negli ultimi 300.000 anni. E’ interessante notare che significative differenze di crescita, sono state osservate tra periodi glaciali e interglaciali degli ultimi 100.000 anni. Nella prima fase sembrano essere state così lineari, da permetterci, quando troviamo i resti di un uomo preistorico, di collocarlo nella scala evolutiva in base alle dimensioni del cervello.

Se, da un lato, un cervello più grande offre vantaggi evolutivi derivanti da adattamenti sociali e cognitivi, dall’altro comporta costi energetici, metabolici e termoregolatori considerevoli.

Le dimensioni del cervello possono aver subito dei limiti biologici, imposti da pressioni selettive legate alla sopravvivenza durante periodi di drastici cambiamenti ambientali. Il rallentamento della crescita, iniziato circa 300.000 anni fa, suggerisce che all’espansione cerebrale nelle prime fasi del genere “Homo” sia seguito un passaggio verso una selezione stabilizzante nelle popolazioni successive.

L’emergere di innovazioni cognitive e culturali, come gli strumenti simbolici e il linguaggio, possono aver contribuito a rallentare l’encefalizzazione. La esternalizzazione dei processi cognitivi, definita “cognitive offloading”, riduce la pressione selettiva a favore di un’ulteriore encefalizzazione. Oggi assistiamo ad una elevata cognitive offloading, dato che usiamo sempre più strumenti esterni, come prendere appunti, impostare promemoria, rubriche sul telefono, usare calcolatrici o affidarsi all’intelligenza artificiale. Così riduciamo lo sforzo mentale e il carico sulla memoria, ma, se da un lato aiuta a liberare risorse cognitive per compiti complessi, dall’altro, un uso eccessivo, può indebolire la memoria naturale e il pensiero critico. Pertanto, oggi, corriamo il rischio di una dencefalizzazione.

Non solo, nei mammiferi, e in particolare nei primati, cervelli di maggiori dimensioni sono stati associati a un rischio più elevato di estinzione in condizioni di stress ambientale.

Aumentare il cervello ci ha reso più vulnerabili, pertanto dovevano esserci vantaggi evolutivi superiori agli svantaggi per produrre questo cambiamento.

Per ridurre il rischio, è stato importante contenere il fabbisogno energetico del corpo, riducendo quello di altri tessuti.

Il maggiore fabbisogno metabolico di cervelli relativamente grandi è stato compensato da una corrispondente riduzione dell’apparato digerente. Gli organi splancnici (fegato e tratto gastrointestinale) hanno un costo metabolico paragonabile a quello del cervello e, tra gli organi metabolicamente dispendiosi del corpo umano, ma l’intestino è l’unico a risultare nettamente ridotto in rapporto alle dimensioni corporee.

C’è una relazione tra la massa cerebrale e la massa corporea di tutti i mammiferi placentati, escluso l’uomo, che . stata descritta da Martin, nel 1983, con l’equazione:

log10E = 0,76log10P + 1,77

dove E rappresenta la massa cerebrale in milligrammi e P la massa corporea in grammi.

In base a questa equazione, gli esseri umani moderni presentano un quoziente di encefalizzazione pari a 4,6, mentre gli altri primati registrano una media di 1,9 +/- 0,6, mentre il primate antropoide non umano medio ha un cervello grande quasi il doppio rispetto a quello di un mammifero medio.

Per capire meglio, un uomo medio di 65 kg possiede un cervello che è più grande rispetto a quanto ci si aspetterebbe per un mammifero medio della stessa massa corporea, ossia di 1.300 g verso quella prevista di 268 g e di 0,85 kg più grande rispetto a quanto previsto per un primate medio della stessa massa corporea. Inoltre, c’è il costo metabolico del cervello, che è nove volte superiore al tasso metabolico medio specifico per massa dell’intero corpo umano. Ossia di circa 11,2 W/kg, verso 1,25 W/kg ed è notevolmente superiore a quello del cervello di un mammifero medio, con massa corporea simile alla nostra, che è di soli 3 watt/kg.

Non è facile rifornire costantemente il nostro encefalo degli elevati livelli di substrato e ossigeno necessari per sostenere tale dispendio energetico, considerando, inoltre, l’incapacità del cervello di accumulare riserve energetiche significative.

Sarà anche bello avere una Ferrari, ma è necessario avere le adeguate risorse economiche per mantenerla.

Gli organi che contribuiscono in misura significativa al metabolismo basale complessivo sono il cuore, i reni e gli organi splancnici (fegato e tratto gastrointestinale). Il cuore e i reni presentano tassi metabolici specifici per unità di massa considerevolmente più elevati rispetto a quello del cervello, che . paragonabile a quelle dei tessuti splancnici. Gli altri tessuti, che costituiscono il restante 93% della massa corporea, consumano poco.

Il tasso metabolico specifico del muscolo scheletrico a riposo è pari solo a circa il 5% di quello del cervello.

E’ evidente che da qualche parte abbiamo dovuto risparmiare.

Una parte significativa del metabolismo basale serve per la produzione di calore corporeo. Per risparmiare il consumo energetico, siamo stati, finora, gli unici mammiferi ad aver inventato i vestiti, le coperte, i sistemi di riscaldamento e anche l’aria condizionata delle abitazioni. Infatti, spendiamo energia sia per riscaldare che raffreddare il corpo e questo può portare a un peggioramento di eventuali sintomi durante il cambio delle stagioni. Soffriamo più il caldo o il freddo durante il primo cambiamento, poi ci abituiamo. Riducendo la termoregolazione, abbiamo risparmiato pochi spiccioli.

Perché abbiamo aumentato il cervello e ridotto il colon?

Confrontandoci con i nostri simili, possiamo notare unaelevata riduzione del tratto gastrointestinale, la cui massa totale . circa il 60% di quella prevista per un primate di dimensioni simili.

Pertanto, l’aumento della massa del cervello umano è stato bilanciato principalmente da una riduzione quasi identica delle dimensioni del tratto gastrointestinale.

Nel corso degli ultimi 500 milioni di anni, la Terra ha affrontato cinque eventi di estinzione di massa che hanno cancellato tra il 75% e il 96% di tutte le specie esistenti all’epoca. Eventi quali imponenti eruzioni vulcaniche (i Trappi Siberiani) e impatti di asteroidi (come quello avvenuto 66 milioni di anni fa che pose fine ai dinosauri non aviani) hanno sconvolto le catene alimentari globali.

Esaminando i resti faunistici provenienti da siti archeologici che coprono un arco temporale di 1,5 milioni di anni, è stato riscontrato che la massa media degli animali cacciati 10.500 anni fa era pari appena all’1,7% di quella registrata 1,5 milioni di anni fa. Secondo questo studio, la riduzione della massa degli animali cacciati avvenuta nel corso del Pleistocene, non risulta correlata alla variazione della temperatura globale, ma all’uomo che avrebbe sterminato la megafauna e sostituendola con prede più piccole rispetto a quelle cacciate dai gruppi precedenti. Questo studio non tiene conto che, in quel periodo, la popolazione era molto ridotta da forti cali demografici legati ai cicli glaciali. Addirittura, tra 900.000 e 800.000 anni fa, la popolazione umana subì un drastico crollo, stimato intorno al 98%, riducendosi a circa 1.280 individui riproduttivi per oltre 100.000 anni a causa di fortissimi cambiamenti climatici e siccità.

Poi, alla fine dell’ultima glaciazione, la popolazione globale inizi. a crescere, arrivando a circa 8-9 milioni di persone prima dell’avvento dell’agricoltura (rivoluzione neolitica). L’aver corso lo stesso rischio di estinzione, conferma come le elevate dimensioni corporee o cerebrali aumentano la vulnerabilità, specialmente durante fasi di cambiamento ecologico.

I costi fisiologici di un cervello di grandi dimensioni sono stati particolarmente svantaggiosi durante le fasi di variazione climatica e di elevato riscaldamento della Terra tra periodi glaciali e interglaciali negli ultimi 100.000 anni, facendo aumentare il rischio di estinzione.

Nonostante il maggior rischio di estinzione, abbiamo aumentato il cervello!

Non solo, sebbene tali eventi fossero distruttivi, le specie sopravvissute si moltiplicarono e occuparono gli spazi rimasti vuoti, dando origine a nuova biodiversità.

Gli antichi esseri umani e gli ominidi hanno consumato carne cruda per oltre due milioni di anni prima di imparare a controllare e utilizzare regolarmente il fuoco. Tuttavia, il consumo di carne cruda dipendeva interamente dall’uso di strumenti in pietra per affettare, battere e rompere le ossa, poiché. i denti e le mascelle umani non erano fisicamente abbastanza robusti da masticare la carne dura e cruda della selvaggina senza un aiuto.

Eppure, nonostante ciò, . stata osservata una una riduzione delle dimensioni dei denti e della mascella, una scelta evolutiva apparentemente singolare. Perché mai i nostri antenati avrebbero dovuto ridurre la capacità masticatoria proprio quando la loro dieta si arricchiva di selvaggina? Molto probabilmente perché sostituivano denti e mascelle con strumenti.

La precedente popolazione era sostituita da una nuova, più performante.

Nella preistoria la pratica del cannibalismo preistorico era diffusa. Si riscontrano prove di tale comportamento in siti antichi di tutto il mondo, come ossa con evidenti segni di taglio, impronte di denti umani e fratture provocate per estrarre il midollo. E’ improbabile che potesse essere praticato al fine della sopravvivenza in condizioni di fame o freddo estremi, in quanto il valore nutrizionale della carne umana è minore rispetto alla grossa selvaggina. Potevano praticarlo per riti funerari, ma soprattutto era rivolto verso membri di gruppi nemici, come rituali di cerimonie spirituali o culturali, mossi da l”intento di acquisire la vitalità, il coraggio o il potere di un nemico, ma se fossero stati spinti dalla fame per una riduzione degli alimenti sia vegetali sia animali a causa dei cambiamenti climatici? Se era solito mangiare carne umana, cosa gli impediva di mangiare quella di altri animali?

Secondo una nuova ipotesi, i Neanderthal potrebbero aver risparmiato tempo nella raccolta di vegetali da mangiare, scegliendo invece di consumare il contenuto dello stomaco degli erbivori.

Questo comportamento potrebbe essere stato stimolato da una drastica riduzione del cibo vegetale a seguito delle drastiche variazioni climatiche.

I ricercatori del Museo di Storia Naturale in Inghilterra ipotizzano che il materiale vegetale rinvenuto sui denti dei Neanderthal possa provenire dal contenuto gastrico parzialmente digerito (chimo) di animali cacciati. L’abitudine di mangiare il contenuto dello stomaco delle prede potrebbe essere un comportamento risalente agli albori dell’umanità, e il consumo del contenuto gastrico una pratica ancora in uso oggi tra gli aborigeni australiani, che mangiano il chimo dei canguri, e tra gli Inuit della Groenlandia, che considerano lo stomaco di renna una prelibatezza.

In condizioni difficili, come nel deserto o nella tundra, consumare il contenuto dello stomaco degli animali consente di ricavare nutrienti da piante che altrimenti sarebbe difficile ottenere.

L’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis) è vissuto durante il Paleolitico medio, un periodo compreso all’incirca tra 300.000 e 40.000 anni fa. Questa specie umana si è evoluta in Europa e in Asia occidentale adattandosi a climi spesso molto freddi durante l’era glaciale, prima di estinguersi con l’arrivo dell’Homo sapiens.

Nella scala dei tempi geologici, il Pleistocene è la prima delle due epoche in cui è suddiviso il Quaternario. E’ compreso tra 2,58 milioni di anni fa e 11700 anni fa, ed è preceduto dal Pliocene, l’ultima epoca del precedente periodo del Neogene, e seguito dall’Olocene, l’epoca in cui viviamo.

Il Pleistocene inferiore e medio corrispondono al Paleolitico inferiore (Homo habilis e Homo erectus), mentre il Pleistocene superiore corrisponde al Paleolitico medio e superiore (Homo neanderthalensis e Homo sapiens).

La fine del Pleistocene coincide con l’arretramento dell’ultimo grande ghiacciaio continentale ed è convenzionalmente posta in corrispondenza della fine dell’età paleolitica. Durante la fase terminale del Pleistocene, tra 11000 e 10000 anni fa, sono state addomesticate le pecore, le capre e i bovini e dopo circa 4000 anni è iniziata, la produzione lattiero-casearia.

I mortai e le ciotole e in pietra lavorata per macinare e cuocere i cereali selvatici apparvero da 40.000 a 12.000 anni fa, con un uso regolare i da parte dei cacciatori-raccoglitori che si affermò circa 13.000 anni fa. Nel corso del successivo Olocene (da 10.000 anni fa a oggi), i cereali venivano raramente consumati come alimento base durante tutto l’anno dalla maggior parte delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori nel mondo, fatta eccezione per alcuni gruppi residenti in ambienti aridi e marginali. Pertanto, i cambiamenti climatici hanno indotto cambiamenti nella dieta, legata principalmente a quanto era facilmente reperibile.

I Neanderthal, che erano stati considerati cacciatori dediti esclusivamente alla grande selvaggina, passarono alla piccola selvaggina e a trascurare i vegetali, ma il motivo principale poteva essere l’estinzione dei grandi animali e terreni sempre più aridi per le escursioni termiche.

Non furono scelte libere, ma imposte da variazioni climatiche.

Infatti, recenti studi dell’analisi della placca dentale e da altri studi sulla dieta dimostrano che consumavano anche vegetali, compresi alcuni che richiedevano una preparazione complessa. Ancora oggi, nei luoghi con pochi beni o terre povere, la cucina usa la grande fatica per creare cibi ricchi. Si spende molto tempo e lavoro manuale per trasformare pochi ingredienti semplici in piatti speciali e complessi.

La complessità. alimentare dei Neanderthal, non sempre riconosciuta in precedenza, era dovuta ad una carestia di beni alimentari.

I Neanderthal si estinsero circa 40.000 anni fa principalmente a causa di cambiamenti climatici, che portarono a gruppi di piccole dimensioni e consanguineità. I Sapiens, più perforanti e più numerosi, assorbirono e diluirono gradualmente la ridotta popolazione Neanderthal.

La capacità cranica dei Neanderthal era numericamente superiore a quella dell’Homo sapiens moderno. I Neanderthal avevano corpi più bassi, più tozzi e più muscolosi. I loro cervelli più grandi erano in parte dimensionati per supportare una struttura fisica più grande e pesante piuttosto che indicare strettamente un’intelligenza superiore. I crani e le scatole craniche dei Neanderthal erano lunghi e bassi, mentre i crani degli esseri umani moderni hanno sviluppato una forma arrotondata e globulare.

I cervelli dei Sapiens svilupparono lobi frontali e parietali relativamente più grandi, oltre a un cervelletto di maggiori dimensioni: aree strettamente legate alla comunicazione sociale, all’innovazione di strumenti complessi e al pensiero astratto.

Le avverse condizioni climatiche hanno spinto a realizzare cervelli più performanti. Sebbene il tessuto cerebrale richieda un elevato dispendio energetico metabolico in entrambe le specie, l’ingente costo di mantenimento somatico del corpo dei Neanderthal lasciava minori risorse fisiologiche per espandere reti cerebrali metabolicamente onerose, come la corteccia frontale e il cervelletto, in condizioni di stress ambientale. Infatti, la corporatura bassa, robusta e fortemente muscolosa dei Neanderthal, adatta ai climi freddi dell’Eurasia, comportava un metabolismo basale di partenza significativamente più elevato e un dispendio energetico totale giornaliero superiore fino al 10% rispetto agli Homo sapiens dell’epoca.

Il microbiota e la spinta evolutiva

Ancora una volta, la spinta evolutiva è stata il rischio di estinzione: tre miliardi di anni fa, quando ci fu il rischio di estinzione per aver esaurito il cibo a disposizione, la popolazione microbica inventò le simbiosi con corpi cellulari perché trasformassero in cibo ciò che non lo era, utilizzando la fotosintesi.

Mezzo miliardo dopo, dovette realizzare rifugi anaerobici per sopravvivere ad un’atmosfera diventata invivibile in quanto inquinata dall’ossigeno prodotto da processi di fotosintesi.

I cambiamenti climatici durante Pleistocene, misero a rischio di nuova estinzione la popolazione umana, come quella vegetale e animale. Ancora una volta, la parte più performante dei corpi che costituiscono il nostro ecosistema, il microbiota, aumentò le performance cerebrali, conscio che ci esponeva a maggiore vulnerabilità, ma era l’unico modo per individuare valido stratagemma di sopravvivenza. Ci salvò dall’estinzione.

Ci fece ridurre il grande fermentatore, il colon, costrinse il nostro sistema digerente a gestire cibi più aggressivi, il sistema intestinale a gestire maggiori risposte infiammatorie. L’infiammazione e l’ansia sono legate da una relazione bidirezionale.6 Un’infiammazione intestinale rende i topi irrequieti, ansiosi.7

Spinse queste trasformazioni, fintanto che, in questo ecosistema corpo umano, non scattò l’ansia della conoscenza, la vera differenza tra noi e gli altri mammiferi. Solo dalla conoscenza possiamo ricavare validi stratagemmi per sopravvivere.

Rimane da chiederci se è stato il colon a ridursi per consentire al cervello di diventare pi. performante, o viceversa. Alla luce delle tante evidenze che mostrano l’importanza del cervello intestinale, è più probabile la seconda opzione: ha agito sull’intestino per modificare il cervello.

Microbiota ambientale

Ci ha dimostrato che il suo grande interesse a mantenerci sani. Il microbiota che vive in noi è solo un sottoinsieme di un microbiota ambientale, almeno dieci volte più diversificato del nostro.

Così come il fungo aereo è un breve battito di ciglia per la vita sotterranea delle micorizze, altrettanto il corpo cellulare umano lo è per la vita del corpo microbico. La lancetta dell’orologio microbico misura milioni di anni, la nostra, centinaia.

Eppure siamo importanti per il corpo microbico, in quanto rappresentiamo il suo contenitore, la navicella spaziale, l’ambiente con cui portare avanti il suo progetto che è la Conoscenza.

Con noi, in noi, ha sviluppato un sistema per l’esplorazione della vita, dell’Universo, della materia. Ha impiegato miliardi di anni in questo progetto, realizzando prima forme di vita unicellulari, poi pluricellulari. Ha dovuto sviluppare infiniti prototipi, poi estinti. Sicuramente le specie che sono sopravvissute sono state una microscopica percentuale di quelle realizzate.

Ci ha salvato quando le condizioni ambientali hanno eliminato i grandi animali. Ci ha modificato per permetterci di sopravvivere ai grandi cambiamenti climatici del Pleistocene.

Questa sua ansia della conoscenza fa si che si prodighi per farci sopravvivere. Speriamo di non deluderlo con le nostre scelte fantasiose e la nostra ignoranza spesso dovuta a banali interessi commerciali.

Speriamo che non ci abbandoni nel primo cassonetto dei rifiuti che trova.

Microbiota ambientale

Così come gli stimoli ambientali perturbano tutte le forme viventi, ogni azione dell’uomo perturba l’ambiente. La vita sulla Terra è sottoposta a un sistema di monitoraggio, ogni specie vivente, sia animale, sia animale, ha istinto di sopravvivenza che le fa produrre risposte difensive. L’uomo è stato l’unico mammifero a modificare le sue preferenze alimentari, durante l’evoluzione che lo ha trasformato da ominide a homo sapiens. Il mammifero uomo ha solo prestato il corpo cellulare a un progetto del corpo microbico con cui convive. Questo corpo microbico è in continuo equilibrio come quello ambientale.

Nicola Segata et al dimostrano che tra conviventi ci scambiamo il microbiota, un 30% di quello orale, un 15% di quello intestinale è identico e questa eguaglianza si perde con la separazione della coppia.8

In un solo grammo di fece espelliamo un bilione di batteri, altrettanti ne devono entrare. Siamo immersi in un microbiota ambientale, almeno dieci volte più biodiversificato del nostro, che ci permea continuamente, entra e esce dal corpo. Se lo potessimo vedere, sarebbe nebbia fitta.

Sempre Nicola Segata et al dimostrano che il microbiota intestinale del bambino, che frequenta il nido, aumenta più velocemente di quello che non lo frequenta.9

La biodiversità è la forza con cui ci mantiene sani a suo interesse. Il contagio, che è inevitabile, è fonte di salute in quanto permette una maggiore biodiversità del nostro microbiota. Non possiamo sopravvivere staccati dal microbiota ambientale. Lo sperimentano gli astronauti che effettuano voli prolungati nello spazio. Da tempo è stato capito da architetti che hanno realizzato palazzi detti “foreste verticali”. Stanno progettando astronavi che permetteranno di portare con noi il microbiota ambientale. Per gli accaniti ecologisti, il modo più giusto, più etico di vivere è permettere al sottoinsieme, al “fungo”, di microbiota che risiedere nostro corpo di essere in equilibrio con quello ambientale. La dieta etica è quella che hanno scelto i nostri antenati, che ha prodotto una importante trasformazione, da cui è impossibile tornare indietro.

Ci estingueremo prima.


Riferimenti bibliografici

  1. Clemente-Su.rez VJ, Redondo-Fl.rez L, Beltr.n-Velasco AI, Y..ez-Sep.lveda R, Rubio-Zarapuz A, Mart.n-Rodr.guez A, Navarro-Jimenez E, Tornero-Aguilera JF. Human Digestive Physiology and Evolutionary Diet: A Metabolomic Perspective on Carnivorous and Scavenger Adaptations. Metabolites. 2025 Jul 4;15(7):453.
  2. Clemente-Su.rez VJ, Redondo-Fl.rez L, Beltr.n-Velasco AI, Y..ez-Sep.lveda R, Rubio-Zarapuz A, Mart.n-Rodr.guez A, Navarro-Jimenez E, Tornero-Aguilera JF. Human Digestive Physiologyand Evolutionary Diet: A Metabolomic Perspective on Carnivorous and Scavenger Adaptations. Metabolites. 2025 Jul 4;15(7):453.
  3. Jacob Dembitzer, Ran Barkai, Miki Ben-Dor, Shai Meiri, Levantine overkill: 1.5 million years of hunting down the body size distribution, Quaternary Science Reviews, Volume 276, 2022, 107316.
  4. Wangjie Hu et al. Genomic inference of a severe human bottleneck during the Early to Middle Pleistocene transition. Science 381, 979-984 (2023).
  5. Commissione internazionale di stratigrafia, International Chronostratigraphic Chart, su stratigraphy.org, Unione internazionale di scienze geologiche.
  6. Michopoulos V, Powers A, Gillespie CF, Ressler KJ, Jovanovic T. Inflammation in Fear- and Anxiety-Based Disorders: PTSD, GAD, and Beyond. Neuropsychopharmacology. 2017 Jan;42(1):254-270.
  7. Nyuyki KD, Cluny NL, Swain MG, Sharkey KA and Pittman QJ (2018) Altered Brain Excitability and Increased Anxiety in Mice With Experimental Colitis: Consideration of Hyperalgesia and Sex Differences. Front. Behav. Neurosci. 12:58.
  8. Valles-Colomer, M., Blanco-M.guez, A., Manghi, P. et al. The person-to-person transmission landscape of the gut and oral microbiomes. Nature 614, 125–135 (2023).
  9. Ricci, L., Heidrich, V., Punčochář, M. et al. Baby-to-baby strain transmission shape s the developing gut microbiome. Nature 651, 191–200 (2026).
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